Mozart-Battistelli all’Auditorium

Posted on 12 marzo 2012 di

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Giorgio Battistelli: Afterthought (about a shakespearian tragedy)

W.A. Mozart: Concerto per corno e orchestra n.3 KV 447 in Mi bemolle maggiore
Corno solista Radovan Vlatkovic

W.A. Mozart: Requiem KV 626 in Re minore
Soprano Teodora Gheorghiu
Mezzosoprano Rinat Shaham
Tenore Jésus Léon
Basso Martin Snell

Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi
Maestro del Coro Erina Gambarini
Direttore John Axelrod

Il concerto replicato all’Auditorium della musica di Milano il 16, 17 e 19 Febbraio presenta due autori curiosamente a confronto: un artista contemporaneo e affermato, Giorgio Battistelli, e il genio assoluto della musica, Wolfgang Amadeus Mozart.

Giorgio Battistelli

Di Battistelli abbiamo ascoltato Afterthought, che tradurremmo semplicemente come “ripensamento”, se non come “riflessione”. Infatti questa composizione scaturisce naturalmente dal grande lavoro fatto dal compositore per il Riccardo III (nel 2005, per Anversa), dove fondamentale risultava la collaborazione con Robert Carsen, geniale regista di cui abbiamo recentemente fatto esperienza anche alla Scala. In quella occasione Battistelli e Carsen hanno abbondantemente sfrondato l’originale della tragedia, mantenendone comunque i tratti essenziali e senza tradire il Bardo. Bisogna notare in ogni caso che Afterthought non è un collage di musiche precedenti, ma si tratta di una fusione del tutto nuova che prende solamente spunto dalla tragedia shakespeariana per creare un nuovo granitico pezzo sinfonico, con una propria ben precisa individualità. L’organico orchestrale e’ quello tipico di un’orchestra tardo romantica, includendo controfagotto, tuba, ben 5 arpe (purtroppo in orchestra ve n’era soltanto una), celesta e molta varietà di percussioni. Il discorso sinfonico si apre con 38 sferzanti accordi in fortissimo che non lasciano respiro all’ascoltatore introducendolo subito in una tragedia. Anzi, nella tragedia. Sì, perché Battistelli ha dichiarato di aver iniziato a comporre il 7 luglio 2005, proprio durante gli attentati di Londra che hanno causato 52 morti e 700 feriti. Questo legame con la morte pregna tutto il grande brano sinfonico: gli archi sono spesso brutali, i timpani sono incessanti in un rullare continuo ed angoscioso. Ciò non significa che il materiale sonoro sia un continuo fortissimo. Il brano è infatti puntato da momenti di sospensione in cui emergono i timbri argentini delle arpe, della celesta e degli archi in registro estremamente acuto. In partitura è significativamente indicato questo tempo come “misterioso”. Molto espressivo è anche l’uso degli ottoni e delle trombe che si ergono a creare una massa sonora imponente, oltretutto accentuata da un’agogica sempre imprevedibile grazie ai suoi progressivi accelerando. Ristorati a queste oasi e-statiche siamo pronti a rientrare nel fluire furioso ed impetuoso del fiume orchestrale, che ci trascina fino alla sontuosa conclusione.

Se queste sono le premesse, rimaniamo decisamente in curiosa attesa di nuove composizioni di Battistelli. Un’occasione ci si presenterà già con Una scomoda verità, opera tratta dall’omonimo libro di Al Gore e commissionata per debuttare sempre qui a Milano al Teatro alla Scala per l’Expo 2015. C’è da ben sperare!

Radovan Vlatkovic

Se sono riuscito a rendere un’idea delle atmosfere del brano precedente, sarà piuttosto evidente il grande contrasto che suscita l’esecuzione in successione del terzo concerto per corno di Mozart, caratterizzato dalla semplicità di una sottile filigrana orchestrale. Il concerto è composto dai tre movimenti canonici, ma sulla stesura della musica si possono fare solo congetture: si pensa che il movimento centrale, la Romance, sia stato composto nel 1784 mentre gli altri due brani tra il 1786 e 1787. Radovan Vlatkovic, nato a Zagabria, ci ha stupito con la sua grande abilità di fraseggiatore. Soprattutto nel primo movimento, un Allegro dove sottili sono i continui rimandi tra corno e violini, e nella mirabile cadenza che sospende il fluire orchestrale e vira inaspettatamente verso la tonalità minore. Il virtuosismo del solista deve poi affrontare numerose progressioni armoniche nel tempo di mezzo (Romance-Larghetto) e perfino una fanfara di caccia nell’ultimo movimento. Per amor di filologia si può sottolineare che il maestro Vlatkovic ha ovviamente utilizzato un corno provvisto di pistoni, quindi uno strumento ottocentesco che non esisteva al tempo di Mozart. Allora i corni erano privi di pistoni e venivano “tagliati” in poche tonalità base. Una di queste era senza dubbio il Mi bemolle, come testimoniano sia questo che altri due concerti per corno di Mozart. Il cornista dell’epoca aveva quindi molte più difficoltà a suonare certi passaggi, poiché non si poteva aiutare con i pistoni nel cercare l’altezza della nota. Basti ad esempio del progresso tecnico il caso dell’Otello di Rossini, dove una lunga scala cromatica, depennata dallo stesso autore poiché ritenuta ineseguibile, è stata ripristinata in recenti esecuzioni. Tutto ciò ovviamente non per sminuire il solista d’oggi, piuttosto per far capire (se mai ce ne fosse bisogno) quanto Mozart sia abile a scrivere per uno strumento allora pieno di insidie. Solo i grandi compositori sono in grado di trasformare tali limitazioni in virtù.

E veniamo dunque al pezzo forte. Cosa si può aggiungere sul Requiem di Mozart? Si è oramai detto tutto e il contrario di tutto, ed i misteri che ancora dopo più di 200 anni lo avvolgono non saranno mai dipanati. Ci resta una partitura complessa e certamente non del tutto autografa. E’ toccante immaginare Mozart comporre le ultime 8 battute del Lacrimosa prima di spegnersi per sempre, come una lacrima versata per la sua precocissima morte. Sorge spontanea una riflessione su cosa avrebbero potuto comporre tanti musicisti se la morte non li avesse colti in così giovane età. Pensiamo, oltre allo stesso Mozart, a Pergolesi,a Manfroce, Bellini, Bizet e Gershwin. Scomparsi nel pieno delle loro possibilità, mentre scrivevano capolavori dopo capolavori. Un rimpianto, per chi ama la grande musica, che non sarà mai colmato, ed anche un tocco di fascino che rende i loro ultimi sforzi ancor più struggenti.

Autografo mozartiano del Lacrimosa

Ci rimane da commentare l’esecuzione di questa opera estrema nel catalogo mozartiano. Il coro diretto da Erina Gambarini potrebbe cantare il Requiem a memoria tanto il brano si ripresenta imperturbabile attraverso le varie stagioni. Oramai è padroneggiato alla perfezione. Ed in effetti si potrebbe dire che questo Requiem si è basato quasi interamente sul coro, lasciando trapelare poco l’anima dei quattro solisti. Proprio l’opposto del Requiem verdiano! Il coro, con l’uniformità del suo cantare, ha letteralmente rubato la scena, rendendo impeccabilmente tante straordinarie pagine mozartiane quali la precisione matematica del fugato del Kyrie (ascolta; poi ripreso anche nel Cum Sanctis Suis finale), il fuoco sonoro del Dies Irae (ascolta) e la solennità dal ritmo puntato del Rex Tremendae (ascolta). I solisti emergono invece soprattutto nel Tuba Mirum, introdotti da un trombone solista con effetto di eco, e poi ancora nel Recordare, dove si trovano a dialogare con l’orchestra in piano.

Terminiamo l’articolo citando il Lacrimosa e rammemorando il suo ritmo di 12/8, con quei ritardi in orchestra che sembrano veri e propri lamenti. Terminiamo con questo brano per sollevare una timida domanda. Non sarebbe forse possibile concludere l’esecuzione del Requiem con queste 8 battute, come Toscanini in occasione della prima mondiale concluse l’esecuzione della Turandot alla morte di Liù?

Tobia da Franchi

Requiem:
LINK ascolto: Karajan / Tomowa-Sintow / Müller-Molinari / Cole / Burchuladze / Wiener
LINK partitura: archivio IMSLP

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Posted in: Musica sacra