O Sole! Vita! Eternità!

Posted on 18 febbraio 2012 di

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Locandina di Turandot per la prima rappresentazione del 1926

Ovvero: apologia del Kitsch della Turandot

Di quest’opera si è parlato tantissimo, in parte per la sua grandezza, in parte per la sua incompiutezza. Entrambe le cose saltano all’occhio e all’orecchio immediatamente. Si potrebbe anche dire che ciò che più di  tutto ci colpisce è proprio il coesistere dei due fattori: la certezza di essere di fronte a qualcosa di monumentale e la sensazione della mancanza di una chiave di volta. Sorge spontanea la domanda: come può stare in piedi tutto il resto, senza questo elemento portante, seppur conclusivo?

Ierogamia alchemicaUna risposta ce la dà il finale di Alfano, il finale kitsch per eccellenza. Liù è morta (pace all’anima sua), tutti si dimenticano in fretta della faccenda, cambio drastico di tonalità (da mib minore ad un la minore, cioè ben 6 alterazioni di meno), il tenore riprende in mano le cose, bacia l’algido soprano che cade ai suoi piedi al sorgere dell’alba. Re maggiore: sole, vita, eternità, luce del mondo è amor! The End. Non può soddisfarci, è come un surrogato di conclusione, una colata di cemento per colmare i vuoti rimasti. Eppure siamo in grado di vedere il prodigio che Puccini ci stava preparando, l’emergere dei grandi temi dell’opera: Calaf come elemento maschile e quindi solare, positivo, donatore, Turandot invece come elemento femminile, lunare, negativo, ritroso, ed infine Liù, protagonista indiscussa in quanto elemento di rottura degli schemi binari appena visti. Se Calaf è la terza maggiore e Turandot è il tritono, Liù sarà la quarta giusta (e la partitura è letteralmente infarcita di associazioni fra intervalli e caratteri). Se Calaf è il re maggiore e Turandot è il fa diesis minore, Liù è l’intermedio mi bemolle minore (basti vedere le tonalità nelle loro arie principali). Liù è stata tanto capace di ricevere le cose più piccole (l’ombra d’un sorriso) quanto sarà capace di dare le più grandi, di dare tutto, la sua vita.

Se pensiamo che Puccini, in un appunto per il finale, scrisse “[da qui in] poi Tristano”, e cerchiamo di immaginarci come questo si sarebbe coniugato con un altro suo desiderio, ovvero recuperare in conclusione la grande melodia del Nessun Dorma, ci rendiamo definitivamente conto di quale tremenda mediazione Liù si deve far carico. Da una parte Turandot, il nulla (cfr. nel primo atto Ping, Pong e Pang: “Turandot non esiste, non esiste che il Niente, nel quale ti annulli”) e dall’altra il tutto di Calaf (ricorre spesso questa esuberanza omnivora di Calaf, cito alcune cose: “Io son tutto una febbre! Io son tutto un delirio!”, “Ti voglio tutta ardente d’amore”) ed in mezzo ancora Liù, in grado esordire con “Nulla sono” e concludere con “Io perdo tutto, persino l’impossibile speranza”).  Si delinea così uno stretto passaggio attraverso le quarte giuste e il mib minore: essere nulla significa poter perdere il tutto, ed il tutto del nulla non è altro che l’impossibile speranza. Ecco forse spiegato perché Puccini invocava un finale da Tristano e Isotta, ma inevitabilmente ne uscirà “ribaltato”. Dove c’era la notte, lo sprofondare nell’indifferenziato, ora c’è l’alba, il giorno che regala il nome del principe straniero, la luce che distingue e differenzia. Dove c’era la morte ora c’è la vita, dove c’era il progressivo isolarsi ora c’è la liberazione di un intero popolo e il coro trionfante.

O Sole! Vita! Eternità!

Torniamo dunque alla partenza, al problema del kitsch. Abbiamo indagato i vuoti strutturali (grandezze e relative incompiutezze) di quest’opera unica, ora ci resta da capire se quel kitsch è necessario o meno. Ebbene io credo che lo sia, che sia l’unico modo per intravvedere, almeno come “impossibile speranza”, la grande sintesi che Puccini aveva in mente. Siamo chiamati noi a fare uno sforzo ulteriore, dalla morte di Liù in poi, come dalla morte di Puccini in poi, per estrarre dal banale “life goes on” che ci viene portato in scena il vero proseguimento “vitale” oltre il muro della morte. E’ di questa (ancora una volta impossibile) speranza che l’arte si è sempre fatta sacerdotessa. Nella conversione di Turandot c’è il mistero dell’arte, di come la fredda materia venga portata fuori dal suo pudico nascondimento verso la vita grazie al principio fecondo (Calaf). L’artista è il medium, è Liù, che permette questo contatto prodigioso, e nel farlo esaurisce se stesso. Puccini come tutti i grandi artisti ci lascia in eredità proprio il compito di dover proseguire noi oltre i suoi passi, per continuare a fare della banalità “kitsch” del tutto e del nulla una impossibile speranza, o in altre parole un regime significante, un senso.

Alberto Luchetti

LINK per l’ascolto e visione: Maazel / Dimitrova / Domingo / Ricciarelli / Rydl

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Posted in: Opera