Eros e Thanatos nella 6a sinfonia di Mahler

Posted on 11 febbraio 2012 di

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G. Klimt, “Tod und Leben”, 1908-1913, Olio su tela, Leopoldmuseum, Vienna

Eros e Thanatos, i due estremi fra cui, secondo Quirino Principe, si muove la musica di Mahler, sono indiscutibilmente presenti in tutte le sinfonie del compositore boemo. Eppure la sesta sinfonia si distingue fra le altre per essere il vero e proprio manifesto di questa dicotomia, affermata fin dal principio, nel primo movimento, con l’opporsi bitematico, come nella più classica tradizione sinfonica. Il primo tema, in la minore, è innanzitutto ritmico, l’ennesima marcia mahleriana, con la regolarità inesorabile del quattro quarti battuto dai la, mentre la melodia è tesa nello sforzo di sfuggire a quel la che pure continua a tornare (es.1 e ascolta), non più solo centro tonale, ma vero e proprio centro di gravità, madre terra che non cessa di attirare a sé l’uomo che da essa si era innalzato, fino ad inghiottirlo definitivamente.

Il secondo tema, in fa maggiore, incarna proprio quell’innalzarsi, con una banale (come sa esserlo solo Mahler) scala ascendente a cui immancabilmente segue la fase discendente che, quasi incespicando, andrà a richiudersi sul la che smorza anche il fortissimo (es.2 e ascolta). Passerà alla storia come “tema di Alma”, come tema dello slancio, dell’eros (sarà il caso di dire platonico) in lotta con la sua ricaduta, con l’al di là del principio di piacere, con l’istinto di morte, thanatos.

Questo testo si propone di essere breve, principalmente un invito all’ascolto, per cui mi limiterò a segnalare ancora alcuni elementi portanti della straordinaria architettura compositiva della sesta (tanto più straordinaria quanto più “sofistica” la classica forma sinfonica beethoveniana). Dopo l’alternanza, la lotta (eraclitea, quindi contrasto ed unione contemporaneamente), che caratterizza il primo movimento e che culmina con l’esuberante riaffermazione del secondo tema (ascolta), ci troviamo ancora sbattuti all’estremo opposto, di nuovo angosciati di fronte ad una figura ritmica, questa volta irregolare, ternaria, che piroetta attorno al perno del la: è la danza macabra dello scherzo. Alma riferisce che fu qui d’ispirazione la corsa sgangherata delle loro due figlie sulla spiaggia, l’aneddoto è cronologicamente discutibile, ma carico di fascino se consideriamo il modo in cui questa cavalcata va ad estinguersi, in ppp, ed ovviamente sempre sul la, e il destino della figlia “Putzi”, che morirà un anno dopo la prima della sesta sinfonia. Si inaugura così un altro elemento portante di questa sinfonia: il carattere di premonizione, col quale leggeremo gli ultimi due movimenti.

Scorriamo (colpevolmente senza soffermarci) tutto il meraviglioso impasto di archi e legni dell’andante in mi bemolle maggiore ed arriviamo al suo apice (sezione 61), per trovare un altro pezzo fondamentale del puzzle, ovvero la cellula melodica cruciforme (es.3 e ascolta) centrata sul mib e preceduta da una scala ascendente: riconosciamo la struttura del tema di Alma, ma ora è straziato nella linearità del suo discendere (si noti anche che il mib è tritono del la). Questa cadenza caratterizza tutta la parte finale dell’andante, estremamente lirica, come un eco lacerato del tripudio che compiva il primo movimento. Quella gioia è incrinata, nell’abbraccio dell’eros si stanno insinuando gli spifferi di thanatos.

Parlavamo dunque di premonizione, ci basta fare un passo avanti, arrivare all’inizio del quarto ed ultimo movimento, per trovare quello che diventerà un vero e proprio leitmotiv del finale e che contiene in nuce tutta la sinfonia stessa. Il movimento si apre infatti con una serie di scale ascendenti delle arpe, misteriose e suadenti, e dei violini che tuttavia flettono e cominciano a precipitare. In questo (ennesimo) saliscendi ci spostiamo dal mi bemolle maggiore (che fa da ponte con l’andante) verso il nostro centro tonale, il la minore. La premonizione si avvera, il tragico si presenta alla porta bruscamente, con una figura in fortissimo di tutta l’orchestra che ci abitueremo a riconoscere e che già appariva nel primo movimento: un accordo di la maggiore che muta in minore (bequadro sul do diesis)  (es.4 e ascolta).

Tutta l’oltre mezz’ora di questo finale è scandita e strutturata da questi colpi. Sono soprattutto tre di essi ad assumere particolare rilievo, poiché in questi il “verdetto” è sancito da veri e propri colpi di martello in orchestra. Si dice che in questi martelli Mahler abbia voluto leggere i grandi traumi che hanno scosso la sua vita: la morte della figlia, la scoperta della malattia cardiaca ed, ovviamente, la morte. Se nel primo movimento trionfava l’eros, in questo movimento (il ribaltamento del primo) non può che trionfare thanatos, nella persona del nostro accordo di la minore. La struttura del movimento è estremamente ricca, troppo complessa per un’analisi in questi spazi, cercherò ancora una volta di fornire la miglior intuizione possibile, andando a vedere ed ascoltare ciò che avviene nell’ultima parte della composizione, all’ultimo martello.

Cominciamo dalla sezione 160 (ascolta), ci ambientiamo subito nello stato di ansia frenetica di colui che sa che il tempo è poco e la fine è vicina: ritornano i tamburi iniziali, mentre il trillo infernale dei legni sprigiona tutta la carica accumulata dall’oscillare (cruciforme) delle trombe. Tutto precipita in scale discendenti, ma, nel culmine della disperazione, uno scatto disperato (il glissando dell’arpa dal la2 al la4, ascolta) ci riporta al “nicht eilen”, non affrettare, notazione frequente in Mahler. Sorge un clima d’attesa, da verdetto finale, ricorrono gli ottoni col loro andamento a croce, di cui abbiamo conosciuto il significato, sempre più intensi, finalmente a salire, ed ecco anche i trilli, che ora sono trasfigurati dal registro acuto dei legni, ce ne accorgiamo solo ora, siamo transitati a la maggiore. Mentre in sottofondo i tromboni riprendono cellule del tema di Alma, i violini e i legni si proiettano verso l’alto sfidando la gravità in continue scale discendenti ed infine la vincono, dispiegando i loro trilli e arpeggi per un istante che si dilata teso verso l’infinito, come una tregua fluttuante in una caduta precipitosa. Faust direbbe “attimo, fermati, sei bello”, ma l’ottava sinfonia è ancora da venire, e il tremendo colpo, che ormai attendevamo e temevamo, arriva. Sentiamo poi ancora l’arpa, che ha ormai assunto i connotati di una tremenda premonizione, come il levarsi della scure del boia, ed irrimediabilmente ancora l’accordo ff di la minore, rinforzato dal tonfo del terzo colpo di martello (ascolta). L’orchestra freme, ammutolita ed atterrita, prova timidamente a rialzare la testa, non riuscendo mai a spingersi oltre il piano e oltre a brandelli di melodia nella parte bassa del pentagramma, sempre fra il piano e il pianissimo: è l’eroe che arranca. Ormai abbiamo imparato a conoscere la logica inesorabile di questa sinfonia, eppure, quando alla terzultima battuta l’accordo di la minore (questa volta senza alcuna traccia di maggiore) in fortissimo interrompe bruscamente l’angoscia degli ottoni, non possiamo che subire un tuffo al cuore. Ci consola soltanto una cosa: Mahler ha espunto dalla partitura il terzo martello (che pure Bernstein decide di suonare comunque), quasi a volerci dire che il trionfo della morte non è pur sempre che una metà del giudizio universale, in attesa che, fra qualche sinfonia, l’eterno femmineo ci porti lassù.

Alberto Luchetti

LINK per l’ascolto: Bernstein / Wiener Philarmoniker
LINK per le partiture: archivio IMSLP

PS: non so quante volte vi capiterà di vedere Bernstein piangere mentre dirige, come alla fine dell’andante.

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Posted in: Sinfonica